“Piazze in piazza”, la storia sociale delle piazze

AutoreVAGOE’ sempre più comune l’indifferenza di frettolosi passanti, specie nelle grandi città, rispetto all’ambiente urbano circostante. Il fenomeno è particolarmente emblematico nelle piazze. La contemporaneità, forte delle tante distrazioni, non sempre casuali, mira ad annullare il valore storico, di sedimentazione delle memorie, delle esperienze e delle identità, dei nostri luoghi più familiari. E ricchi di significati.

Eppure le piazze rappresentano il catino di aggregazione umana per eccellenza. Uno spazio che nei secoli ha contribuito a costruire e a sedimentare le più avanzate civiltà attraverso il confronto – a volte anche lo scontro – tra poteri e contropoteri.

Negli anni scorsi il ministero della Pubblica istruzione ha inserito, per gli studenti maturandi, un tema proprio sulla piazza. Occasione per testare lo “stato di salute” di queste aree spesso indicativo di una più generale crisi della modernità: le piazze contemporanee – se non pedonalizzate – sono quasi sempre ridotte a semplici snodi per la mobilità automobilistica, con un arredo urbano che privilegia l’impianto pubblicitario rispetto alla valorizzazione dell’identità storica del luogo, del monumento, persino del verde. A Roma, ad esempio, per realizzare la nuova linea della metropolitana C sono stati sacrificati molti simboli del passato, comprese alberature quasi secolari, per garantire i servizi alla nuova mobilità: sfiatatoi al posto di alberi ritratti da quasi un secolo nelle immagini di alcune piazze, tra cui quella del Laterano.

Del resto il ruolo di queste centralità urbane è sempre più delegato alle nuove “piazze” social del web o ai “non luoghi” del commercio, dagli outlet ai centri commerciali.

Tornare a “prendere coscienza” di questi luoghi basilari per una socialità sana e per una democrazia realmente praticata è l’indicazione di diversi libri apparsi negli ultimi anni sugli scaffali. Quasi che la letteratura possa costituire l’ultimo argine, perlomeno ideologico, contro il degrado. Di recente Giampiero Castellotti, ha scritto “Piazze in piazza” proprio per rilanciare la funzione sociale di questi luoghi, ricordando le fortune dell’agorà greca o del foro romano, ma anche degli spazi monumentali medievali, rinascimentali e barocchi fino alle sperimentazioni contemporanee.

Il sociologo Giuseppe De Rita, tra i massimi “lettori” della società italiana, lascia aperta una speranza: “L’Italia è un Paese che si riconosce nelle proprie piazze, sia per i moti popolari che le percorrono ed occupano come per la volontà di regolare le istituzioni facendo riferimento alla loro eleganza architettonica. Citando Bobbio, lo stesso nostro linguaggio è ricco di riferimenti alla piazza (mettere in piazza, scendere in piazza, movimenti di piazza, fare piazza pulita, contrapporre la piazza) quasi a certificare che la nostra storia è fatta di una dialettica fra potere e contropotere giuocata sui territori urbani. E se per un lungo periodo la piazza fu il terminale della relazionalità nell’Italia industriale e quindi anche dell’azione politica di massa, alla fine essa fu svuotata progressivamente, man mano che si affermò l’Italia del soggettivismo dispiegato e del fai da te, in ogni realtà socioeconomica. E così oggi che il ciclo del soggettivismo ha il fiatone, torna una domanda di relazionalità che si esprime anche nelle tante nuove piazze”.

Precedente “Piazze in piazza” di Giampiero Castellotti Successivo Libri/”Piazze in piazza”, De Rita scrive la prefazione del nuovo libro di Giampiero Castellotti