Riscoprire piazze e relazioni umane per un futuro più democratico

AutoreNESPOLI“Piazze in piazza” è il libro di Giampiero Castellotti, scritto con i contributi di Giuseppe De Rita e Pasquale Panella, che si interroga su quanto oggi siano ancora vivi i nostri luoghi di aggregazione

“Luogo dell’incontro e della memoria”. Così recitava il titolo di una traccia dell’esame di stato del 2001, relativamente al concetto di piazza. Niente di più azzeccato, nel denso significato che, se ci soffermiamo a riflettere, racchiude in sé. Centralità, vita pubblica, scambio, ma anche organizzazione, rivoluzione e “scrittura della storia”: è questo – e molto altro – che una piazza può offrire.

Da qui è partito Giampiero Castellotti, giornalista romano, per il suo libro “Piazze in piazza”, che si avvale dei contributi del sociologo e Presidente del Censis Giuseppe De Rita, nonché del poeta Pasquale Panella. Edito da SPedizioni, il volume parte dall’immenso valore storico che questo luogo ha avuto nei secoli, per giungere a un’analisi quanto mai attuale e dagli spunti interessanti.

Il perno attorno a cui ruota il libro, infatti, è proprio l’analisi dello “stato di salute” delle nostre piazze, dei luoghi aggregativi della società contemporanea. Un tema che non poteva non essere rapportato alle sfide – politiche, economiche, e terroristiche – di fronte alle quali ci troviamo oggi. Se dunque la parola “piazza”, a partire dall’agorà greco e dal foro romano, è stata sinonimo di coscienza democratica, la sua antitesi è l’individualismo chiuso della nostra società, troppo dominata dalla tecnologia, a scapito dei rapporti umani.

Proprio quei rapporti, quella relazionalità, secondo l’autore del testo, se recuperati, potrebbero essere la chiave per un futuro più positivo di quello che ci si prospetta attualmente. Concetti che accendono non pochi spunti di riflessione, spiegati attraverso una città le cui piazze sono fra le più celebri in tutto il mondo: Roma. La Capitale, centro urbano con una rilevanza storica unica e privilegiata, è “tirata in ballo” insieme a diversi suoi luoghi – simbolo di aggregazione. Il poema inedito di Panella, ad esempio, tra storia e ironia, cita i moti popolari di piazza Santa Croce in Gerusalemme, che hanno avuto luogo il primo maggio 1891. L’occasione è quindi anche quella di analizzare la città eterna com’era, com’è stata e com’è oggi, riflettendo su quanto sia ancora presente (e influente) la funzione pubblica delle sue piazze.

E nonostante la situazione ai giorni nostri non sia delle più rosee, barlumi di positività non mancano. «L’Italia è un Paese che si riconosce nelle proprie piazze – scrive a tal proposito De Rita -, sia per i moti popolari che le percorrono, come per la volontà di regolare le istituzioni facendo riferimento alla loro eleganza architettonica. Citando Bobbio – prosegue il sociologo – lo stesso nostro linguaggio è ricco di riferimenti alla piazza, quasi a certificare che la nostra storia è fatta di una dialettica tra potere e contropotere giocata sui territori urbani. Oggi che il ciclo del soggettivismo ha il fiatone, torna una domanda di relazionalità, che si esprime anche nelle tante nuove piazze (…), incluse quelle virtuali».

Dunque, uscire dal soggettivismo rappresenta una sfida fondamentale nel nostro presente, per assicurarci un futuro più sostenibile, democratico e in cui essere un po’ più artefici della storia. Emblematiche, profetiche e attuali – già nel 1819 – le parole di Henri Benjamin Constant, riportate nella presentazione. «Il pericolo della libertà moderna – scriveva l’intellettuale francese – è che, assorbiti nel godimento delle nostra indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, noi possiamo rinunciare troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico. I depositari dell’autorità ci diranno: qual è in fondo lo scopo dei vostri sforzi? Non è la felicità? Ebbene, lasciateci fare e ve la daremo. No, signori, non lasciamo fare, l’autorità si limiti a essere giusta, noi ci incaricheremo di essere felici».

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